Le ricette di Azzurra: Disaster Week Festival Night 3# in gamberetti/cumino
Se dovessi descrivere con una pietanza la terza serata di questo Disaster Week Festival direi, quasi sicuramente, “vellutata di zucca e arancia con gamberetti e cumino fresco”.
Ingredienti: chitarre, acustiche quanto bastano, una grancassa, rullante con strofinaccio, shaker vari, tamburello e un glockenspiel.
Prendi Max Manetti e mettilo a rosolare con un bicchiere di acqua nell’ormai familiare soppalco, illuminato dai fari piazzato rosso e il bianco pallido del chandelier. Inizierà di fronte ad una prima fila che è a quattro passi dal palco a sorseggiare vino o birra, e a quattro passi dal palco saranno illuminati di riflesso dai fari piazzato rosso, o almeno quanto basta per far sì che i bicchieri sembrino irrimediabilmente macchiati Campari. Prendi Max Manetti che suona nel palco soppalco e il pubblico del finto macchiato Campari che pian piano si avvicina, facendo finta di niente, e si ritrova ad ascoltare l’acustica di questa chitarra acustica, accordata poco prima del concerto nel “molto retrobottega molto poco backstage” di questo bar Sartea, di un suonatore vicentino a cui piace accelerare con spensieratezza un Bob Dylan, omaggiare un redivivo Iggy Pop, mescolare il tutto e tirare fuori la lingua alla fine di ogni brano, come a dire, “anche questa è fatta”, scandendo un grazie che spezza l’accento a metà: graaaa-zieeee.
Fischi, applausi, e un meritato bis, così che quando Manetti abbandona il rosso per immergersi nella penombra della sala, mentre le percussioni da percuotere si vanno a sistemare sopra il tappeto persiano, finto o vero che sia, comunque slavato, il popolo finto Campari è finito a tre passi dal palco soppalco, ad aspettare l’arrivo dei sussurrati Rue Royale.
Prendi Max Manetti e mettilo a riposare, intanto sistema le percussioni, i microfoni e due bicchieri di vino rosso ai piedi delle casse spia, lascia che il popolo del macchiato Campari scambi qualche saluto con i nuovi convenuti, esca a respirare il fumo di una sigaretta o vada ad ordinare al bancone di legno una bevanda, una qualsiasi, non importa quale: non appena finirà a tre passi dal palco soppalco si macchierà irrimediabilmente di un finto Campari. E quando Brookln e Ruth salgono sul palco, aspetta che ritorni un po’ di compostezza, poi chiudi gli occhi e lascia che ogni suono faccia il suo corso, lascia che le dita scivolino tra i capotasti e il vibrare delle sei corde si distenda tra le placche argentee di un timido glokenspiel, lascia che le voci si rincorrano lungo le rette del pentagramma, disegnando cammini paralleli come due punti di vista sulla stessa melodia: la abbandonano, la riprendono, senza perdersi di vista mai. Passa sottopelle il profumo di questi Rue Royale, culla e scuote le sue sincronie ritagliandole sullo sfondo nero di questo palco soppalco e delle sue false quinte, ne ricava silhouette che nelle rotondità delle loro forme non si lasciano stancare. Prendi i Rue Royale e digli che hanno altri cinque minuti prima di lasciare il palco soppalco, li vedrai in una “Ufo” che si nasconde dietro le prime due strofe per uscire allo scoperto nei versi ripetuti chissà quante volte, “they call it a halo, they call it what they want. And they call it a savior but I don't know what it was”, con le voci che si fanno forti e spazzano via ogni imbelletto dalla melodia, lasciando a nudo i versi come lo scheletro di un albero sul finire dell’autunno, con il rosso delle foglie caduto nei loro bicchieri di vino.
Quando i Rue Royale appoggeranno shaker e chitarra, mettendo da parte le percussioni percosse e i tasti argento del glokenspiel, ci vorrà un po’ di tempo per ritornare in sé, per ricordarsi di essere in un vecchio bar poco fuori dal centro, ad aspettare sul palco un Evilmrsod che tra naso e basette nasconde un po’ dei Motorhead, un Evilmrsod che si presenta come gran figlio di troia e si diverte, ci diverte. Acustica la sua di chitarra, con cui fa melting-pot di rock e punk, gioca di patchwork e cucisce gli AC-DC al suo sporco strofinaccio, disegnandoci sopra storie di ragazze cattive pronte a sparare, costretto a vendere la sua anima al rock’n’roll dopo l’abbandono di Gesù, aspettando, chitarra alla mano, la fine del mondo. Balla, traballa, e cerca canzoni di protesta per un cantautorato sopra le righe, ne trova una che si sputa sui piedi, balla traballa e fa cantare il popolo finto Campari che ora il palco lo sfiora con la punta delle scarpe, per l’occasione, rosse anche quelle.
Se fossimo in Emilia sentireste qualcuno dire “gran bazza”, ma siamo in una città del nord est, tra capannoni e stip bar, in un locale poco fuori dal centro in cui si servono birre bionde dietro un bancone anni Venti, e al massimo ci scappa una bestemmia d’apprezzamento, per questa serata che sbatte la porta in faccia alle distorsioni e si distorce da sé.
Il gusto dolce della zucca, l’arancia che non si fa sentire se non dopo la terza cucchiaiata abbracciando i gamberetti in contrasti di dolce e salato, e il coriandolo, fresco, che esplode esaltando capotasti e corde.
Great meal. Offered by Odb.
Azu
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