venerdì 13 novembre

Mammùt live visti da Azzurra

Immagine news Mammùt live visti da Azzurra

È quando gli amplificatori si spengono che capisco l’assurdità di un’intervista a nove domande, preparate e stampate nero su bianco. Dopo questo concerto di acute, distorte, profonde e mutevoli sonorità, tra bolle di sapone, l’ombra di un organetto, frange che si muovono su calze di ghepardo, una tromba che rotola sul tappeto, le dita a scordare le linee di basso, due sorsi di birra e collane di piume, dopo questo concerto passato battendo il ritmo con il piede sinistro, rimane gran poco da dire; e allora mi prendo il gusto di curiosare tra la pelle di questi Mammùt in un tête-à-tête allargato, con i piedi che scricchiolano sopra il selciato del cortile, eliminando la noia di un botta e risposta che sa di scontato.
Raccolgo le prime impressioni, l’entusiasmo di suonare gomito a gomito sotto una luce rossa è ancora vivo negli occhi, rimangono increduli nel vedere in quanti si siano affollati tra le pareti di questo locale per ascoltare il mondo di Karkari, un mondo che nelle sue metamorfosi improvvise, mai uguale a sé, mai banale, ricalca il passo di un meteorologico proverbio islandese: se non ti piace il tempo aspetta un minuto. È bastato anche meno, sotto la ventola a tre pale di questo giovedì sera, con le distorsioni che si accumulano seguendo la corrente, caricano senza troppa fretta e affollano un cielo coperto sotto il peso dei feedback, e quando il ritmo si spezza inaspettato contro un jam block, quando la lingua schiocca contro il palato, c’è poco tempo per capire che è il silenzio del lampo poco prima di ritrovarsi nuovamente immersi nella tempesta di decibel.
Scivolano sopra il dorso di ogni definizione, le scartano tutte, non ne suggeriscono alcuna, «Electro? Not really. Punk? Mh, maybe», mescolano le influenze e giocano a non farsi riconoscere, cambiano di continuo la rotta nei mari agitati di un rock-post-punk misto popular, tenendosi ben stretti alla loro lingua sofferente fatta di preaspirazioni e desonorizzazione delle esplosive, lasciando che il riverbero sonoro delle parole prenda il sopravvento sulla comunicabilità.
Quella dei Mammùt è l’Islanda che si strappa di dosso l’immagine di una fairy tail dai colori pastello, rivelando le sfumature di nero e blu che corrono tra gli amplificatori di una Reykjavik che non si sottrae alla “Small village theory”: se sei giovane e vivi in una città che è più paese che metropoli, due sono le soluzioni, o inizi a suonare in una band o ti ritroverai alcolizzato ben prima dei venticinque.
Finiamo a parlare di quella loro cucina tipica fatta di squalo fermentato, testicoli di montone, teste di capra, proverbi che tradotti in inglese prendono tutta un’altra piega e di quanto sia cool conoscerne almeno una dozzina, da mettere come chiosa a discorsi di per sé banali; ogni tanto qualcuno dei convenuti passa per un complimento, «amazing, amazing, your voice is amazing, your bass is amazig, everything amazing», così, prima di salutarci, si abbassano alle mie richieste e improvvisano un quintetto sulle note di Fingurnir e decidiamo che amazing è diventata ufficialmente la parola della serata.
    
Poco importa che si ritrovino a rigirare l’Europa come un calzino sebbene non siano ancora arrivati ai venticinque, questi giovani Mammùt hanno il suono dalla loro: tra bolle di sapone, l’ombra di un organetto, frange che si muovono su calze di ghepardo e una collane di piume, di strada ne macineranno ancora. Tanta.


Azu

PROSSIMO SHOW

ANDREW VLADECK
venerdì 17 settembre
ore 21:00
vicenza - BAR SARTEA
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THE MIGHTY STEF

folk, irlanda
21 novembre 2010
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